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William
Shakespeare
Storia
del
Teatro
Inglese
Il
teatro
Elisabettiano
William
Shakespeare
Solitamente
le
immagini
rimangono
più
impresse
delle
parole,
e
quindi
vi
consiglio
di
vedere
un
bellissimo
film
che
racconta
in
maniera
sufficientemente
veritiera
la
vita
di
William
Shakespeare;
mi
è
sembrato
un
affresco
importante
del
suo
tempo,
oltre
che
un
film
per
romanticoni.
Il
film
è
Shakespeare
in
Love
Nell'ultimo decennio del XVI secolo e nel
primo
del
XVII,
opera
quello
che
per
noi
oggi
è
il
maggior
autore
di
teatro,
uno
dei
cinque
maggiori
della
storia,
William
Shakespeare
(1564\1616).
Egli
riassume
un'epoca
ma
nello
stesso
tempo
va
oltre,
conquista
una
individualità
transculturale.
E'
una
coscienza,
oltre
l'ideologia
aristocratica,
con
agnostica
moderazione,
con
una
visione
tragica
dell'inevitabilità
e
dei
limiti
di
ogni
sistema.
La
sua
opera
è
un
processo
conoscitivo-
creativo
di
un
artista
di
straordinaria
lucidità:
da
una
iniziale
fase
imitativa,
alla
rappresentazione
tragica
della
storia,
al
sondaggio
dell'ambiguità
e
degli
abissi
del
reale,
per
approdare
a
una
serenità
purgatoriale.
William
Shakespeare,
notizie
biografiche
Nato a
Stratford-on-Avon
[Warwickshire]
nel
1564.
Suo padre John era un guantaio e piccolo proprietario terriero. Sua
madre,
Mary
Arden
proveniva
da
una
famiglia
socialmente
più
elevata
del
marito.
William
fu
terzo
di
otto
fratelli.
Studiò
nella
scuola
di
Stratford,
che
lasciò
forse
per
sopraggiunte
ristrettezze
economiche.
A
diciotto
anni
sposò
la
venticinquenne
Anne
Hathaway
da
cui
ebbe
subito
la
figlia
Susan,
causa
delle
nozze
affrettate,
e
nel
1585
i
due
gemelli
Judith
e
Hamnet
(morto
poi
nel
1596).
Fino
al
1592
non
abbiamo
notizie
attendibili.
E'
certo
che
nel
1592
aveva
lasciato
la
famiglia
e
si
era
trasferito
a
London,
in
contatto
con
l'ambiente
degli
university
wits.
Sappiamo
che
nel
1592
è
attore
e
comincia
a
scrivere
per
il
teatro.
Sue
opere,
forse
scritte
in
collaborazione,
furono
rappresentate
dalle
compagnie
dei
conti
di
Derby,
di
Pembroke
e
del
Sussex;
si
ha
notizia
anche
della
rappresentazione
della
prima
parte
di
"Henry
VI"
(3
marzo
1592).
Nel
periodo
della
peste
londinese
del
1593-94,
quando
i
teatri
vengono
chiusi,
scrisse
due
opere
poetiche
dedicate
al
conte
di
Southampton
(Henry
Wriothesley),
"Venus
e
Adonis"
e
"Il
ratto
di
Lucrece".
In
questi
anni
iniziò
anche
la
stesura
dei
sonetti,
che
durò
,
tranne
qualche
componimento
più
tardo,
fino
al
1597.
Con
la
riapertura
dei
teatri,
le
compagnie
si
riorganizzano.
E'
fondata
la
compagnia
dei
"servi
del
lord
ciambellano"
(1594),
i
Chamberlain's
men,
cooperativa
tra
attori
con
partecipazione
a
spese
e
utili:
primo
attore
è
Richard
Burbage
,
figlio
del
noto
impresario
londinese;
la
compagnia
recita
al
Theatre
e
al
Cur
tain,
e
S.
ne
fa
parte.
Grazie
all'appoggio
del
duca
di
Southampton
divenne
comproprietario
prima
del
Globe
Theatre
(costruito
sulle
ceneri
del
Theatre
per
conto
della
compagnia
"del
lord
ciambellano"),
poi
del
Blackfriars
(sala
coperta,
già
di
proprietà
di
James
Burba
ge).
Accumula
una
piccola
fortuna
che
gli
permette
di
acquistare
delle
proprietà
a
Stratford
e
di
far
concedere
al
padre
uno
stemma
gentilizio.
Delle
disgrazie
che
colpì
il
duca
di
Southampton
coinvolto
nella
congiura
del
conte
di
Essex
(1601)
sembra
che
non
ne
risentì
.
La
sera
prima
della
ribellione,
i
partigiani
di
Essex
avevano
convinto
la
compagnia
"del
lord
ciambellano"
a
rappresentare
il
"Richard
II",
in
preparazione
della
sollevazione:
nella
successiva
inchiesta
gli
attori
vennero
ritenuti
estranei
ai
fatti.
Le
notizie
che
abbiamo
su
Shakespeare
sono
in
pratica
legate
a
rap
presentazioni
o
edizioni
delle
sue
opere,
e
a
documenti
familiari
o
legali:
le
nozze
della
figlia,
la
testimonianza
di
un
processo
(1612),
l'acquisto
di
proprietà(1613).
Nel
1603,
il
nuovo
re
James
I
prende
alle
sue
dirette
dipendenze
la
compagnia
"del
lord
ciambellano",
che
assume
la
denominazione
di
"king's
men"
(uomini
del
re).
Shakespeare
figura
tra
i
principali
gestori
della
compagnia,
ma
il
suo
nome
non
appare
più
nelle
liste
di
interpreti
di
nuovi
drammi
rappresentati.
Dal
1608
la
compagnia
userà
il
Globe
Theatre
solo
nei
mesi
estivi,
preferendo
la
sala
coperta
(e
dunque
con
un
pubblico
più
sofisticato
e
meglio
pagante)
di
Blackfriars.
Il
Globe
sarà
distrutto
nel
1613
da
un
incendio,
per
le
salve
di
artiglieria
sparate
durante
la
prima
rappresentazione
dell'"Henry
VIII".
Nel 1609-10, pur continuando a collaborare con la
compagnia
dei
King's
men,
si
ritirò
a
Stratford.
La
sua
esistenza
fu
quella
di
un
gentiluomo
di
campagna,
un
"gentle",
benestante
e
sereno.
Nel
marzo
1616
fece
testamento.
Il
23
aprile
1616
morì
.
Fu
sepolto
nel
coro
della
chiesa
della
Old
Town,
privilegio
cui
gli
dava
diritto
l'acquisto
di
parte
delle
decime
di
Stratford.
Opere
Dividiamo
la
produzione
scekspiriana
in
opere
poetiche
e
teatrali.
Produzione
poetica
Tra le opere poetiche argomento erotico-mitologico hanno i
poemetti
Venus
e
Adonis
(Venus
and
Adonis,
1593)
e
Il
ratto
di
Lucrece
(The
rape
of
Lucrece,
1595),
in
stanze
rispettivamente
di
sei
e
sette
versi.
Si
tratta
di
poemetti
manieristici,
che
seguono
il
gusto
sensuale
e
raffinato
del
barocchismo
cortigiano;
le
parti
migliori
sono
quelle
descrittive.
Nella
raccolta
di
154
Sonetti
(Shakespeare's
Sonnets,
1609),
nonostante
la
ripetizione
di
luoghi
comuni
di
derivazione
petrarchesca,
vi
sono
accenti
di
commozione
lirica.
L'inquieto
rapporto
tra
la
"dark
lady",
il
poeta
e
il
suo
"fair
friend",
ha
immagini
sontuose
e
desolate,
rimandano
a
una
visione
drammatica
della
vi
ta
in
cui
gli
elementi
più
disparati
possono
coesistere,
non
composti
ma
ugualmente
accettati.
I
sonetti
risalgono
a
vari
anni,
pubblicati
forse
senza
autorizzazione
dell'autore;
due
erano
già
apparsi
ne
"Il
pellegrino
appassionato"
(1599).
In
appendice
alla
raccolta
è
il
poemetto
(forse
spurio)
Lamento
di
un'innamorata
(A
lover's
complaint).
Di
minore
interesse
e
di
incerta
attribuzione
sono
La
fenice
e
la
tortora
(The
phoenix
and
the
turtle,
pubbl.1601)
e
Il
pellegrino
appassionato
(The
passionate
pilgrim,
pubbl.1599).
"La
fenice
e
la
tortora"
è
una
poesia
accolta
in
appendice
alla
raccolta
di
versi
"Love's
martyr"
di
Robert
Chester.
Dovrebbe
essere
stata
composta
nel
1600-1601.
"Il
pellegrino
appassionato"
è
una
raccolta
di
venti
brevi
poesie,
di
cui
due
furono
incluse
nei
"Sonetti"
e
tre
sono
tratte
dalla
Produzione
teatrale
Le
opere
teatrali
di
Shakespeare
si
possono
dividere
in:
·
e)
drammi
classici:
Titus
Andronicus,
Julius
Caesar,
Antony
e
Cleopatra,
Coriolanus,
Timon
d'Atene;
·
f)
drammi
romanzeschi:
Pericles
principe
di
Tiro,
Cymbelline,
Il
racconto
d'inverno,
La
tempesta,
I
due
nobili
congiunti;
·
g) drammi storici: Richard II, Henry IV, Henry V,
Henry
VI,
Richard
III,
Re
John,
Edward
III,
Sir
Thomas
More,
Henry
VIII.
Le opere di Shakespeare ci sono pervenute in varie edizioni
in-quarto,
in
volumi
separati
e
in
anni
diversi,
e
in
un
in-folio
chiamato
"First
folio"
pubblicato
nel
1623
a
cura
di
J.
Heminge
e
H.
Condell,
due
attori
dei
King's
Men,
che
con
i
suoi
36
drammi
costituisce
la
base
del
canone
scekspiriano.
Nel
1619,
alla
morte
di
Shakespeare,
solo
16
suoi
testi
teatrali
erano
stati
pubblicati
separatamente
in
volumi
in-quarto.
Tre
anni
dopo,
nel
1621,
l'editore
William
Jaggard
volle
pubblicare
in-quarto
un
gruppo
di
opere
senza
assicurarsene
i
diritti
e
includendo
sotto
il
nome
di
Shakespeare
quattro
opere
di
altri
autori
(del
resto
lo
stesso
Jaggard
aveva
pubblicato
nel
1599
la
raccolta
spuria
"The
passionate
pilgrim"):
per
evitare
fastidi
di
legge
mise
in
circolazione
tali
drammi
in
volumi
separati
con
datazioni
retrodatate
e
l'attribuzione
a
altri
editori.
Alla
fine
del
1623
(dopo
la
morte
della
vedova
di
Shakespeare),
gli
editori
Isaac
Jaggard
(figlio
di
William)
e
Edward
Blount
si
assicurano
i
diritti
e
pubblicano
l'in-folio,
che
reca
il
titolo:
Commedie,
drammi
storici
e
tragedie
di
mastro
William
Shakespeare
:
pubblicate
in
conformità
delle
copie
originali
autentiche
(Mr.
William
Shakespeares
comedies,
histories
&
tragedies
:
published
according
to
the
true
originall
copies).
Per
l'incertezza
delle
edizioni,
a
volte
basate
su
copioni
di
scena,
con
rimaneggiamenti
o
tagli,
la
definizione
del
testo
è
stata
oggetto
di
studi
meticolosi,
con
risultati
anche
controversi.
Tanto
più
che
nel
corso
del
XVII
secolo
e
oltre
gli
furono
attribuiti
tutta
una
serie
di
apocrifi.
A
complicare
la
faccenda
il
fatto
che
era
in
uso
(allora
come
anche
oggi)
scrivere
a
più
mani,
prestare
la
propria
collaborazione.
Così
oggi
pensiamo
che
"I
due
nobili
congiunti"
sia
stato
scritto
da
Shakespeare
alla
fine
della
sua
carriera
in
collaborazione
con
John
Fletcher.
Di
"Edward
III"
Shakespeare
scrisse
almeno
un
atto
e
mezzo.
Emblematico
anche
il
caso
del
"Sir
Thomas
More",
rimasto
in
manoscritto
fino
a
un
secolo
e
mezzo
fa,
una
scena
della
quale
rappresenta
l'unico
autografo
scekspiriano
di
una
qualche
estensione
che
sia
pervenuto
fino
a
noi,
e
che
la
critica
sta
accettando
ancora
di
considerare
scekspiriano.
a
"Pene
d'amore
perdute".
Le
altre
probabilmente
non
sono
di
Shakespeare.
Lo spazio scenico elisabettiano era molto semplice, privo
di
macchinose
scenografie.
L'azione
si
disponeva
in
una
serie
di
sequenze,
senza
intervalli.
La
suddivisione
in
atti
e
scene,
presente
in
molti
dei
testi
dell'in-folio,
non
corrisponde
alle
in
tenzioni
dell'autore,
che
forniva
alla
compagnia
i
suoi
drammi
in
forma
di
sceneggiatura,
con
la
semplice
indicazione
delle
entrate
e
delle
uscite
degli
attori.
Solo
chi
curava
poi
la
stampa
(e
il
testo,
occorre
ricordarlo,
era
di
proprietà
della
compagnia
e
non
dell'autore)
si
preoccupava
a
volte
di
suddividerlo
secondo
convenzioni
letterarie,
spesso
con
errori
e
in
conflitto
con
la
più
elementare
logica
delle
strutture
drammatiche:
clamoroso
è
il
caso
dell'"Hamlet"
in
cui
si
fa
iniziare
il
quarto
atto
nel
bel
mezzo
di
una
sequenza
che
prevede
assoluta
continuità
d'azione,
nello
stesso
ambiente
e
con
la
presenza
in
palcoscenico
di
un
personaggio
della
scena
precedente.
Shakespeare fu in pratica un autodidatta, molto ricettivo.
La
frequentazione
degli
ambienti
di
corte,
il
contatto
con
i
rifugiati
francesi,
con
umanisti
avventurieri
italiani
come
John
Florio,
le
numerose
traduzioni
di
opere
straniere
circolanti
allora
in
Inghilterra,
servì
a
fornirgli
materiale
per
le
sue
opere.
Spunti
di
Plautus
sono
nella
"Commedia
degli
equivoci";
Plutarco
gli
diede
buoni
spunti
per
i
drammi
di
argomento
romano;
le
"Cronache"
di
Holinshed,
Goffredus
da
Monmouth
,
Saxus
Grammaticus
gli
danno
temi
per
i
drammi
storici,
ma
anche
per
"Re
Lear"
e
"Hamlet";
fonti
per
Shakespeare
sono
opere
letterarie
inglesi
(Chaucer,
Greene),
francesi
(Belleforest),
ma
anche
italiane
spesso
mediate
(Boccaccio,
Ariosto,
Bandello,
Castiglione,
Giraldi
Cin
zio
ecc.).
Altri
spunti
gli
derivano
dal
teatro
contemporaneo,
inglese
e
europeo:
echi
della
commedia
dell'arte
e
della
commedia
accademica
ecc.
Nell'evoluzione
dell'opera
scekspiriana
si
possono
distinguere
varie
fasi:
·
a)
in
una
prima
fase
giovanile,
Shakespeare
si
dedicò
a
generi
diversi:
drammi
storici,
commedie,
tragedie,
secondo
moduli
vari.
La
richiesta
del
mercato,
il
tentativo
di
saggiare
le
proprie
possibilità
nei
campi
e
secondo
i
modelli
offerti
dall'epoca.
L'influsso
della
tragedia
senechiana
è
rintracciabile
nel
"Titus
Andronicus";
"La
commedia
degli
equivoci"
si
rifà
al
modello
plautino;
"L'addomesticamento
della
bisbetica"
segue
la
commedia
di
carattere.
Con
"Henry
IV"
e
"Richard
III"
inizia
la
serie
delle
celebrazioni
della
storia
inglese,
in
concomitanza
con
la
consapevolezza
che
l'Inghilterra
va
assumendo
della
propria
potenza
di
nazione
in
ascesa.
Il
gusto
della
conversazione
brillante
e
della
schermaglia
galante
percorre
i
dialoghi
di
"Pene
d'amore
perdute",
in
"Romeo
e
Juliet"
e
in
"Sogno
di
una
notte
di
mezza
estate".
In
queste
due
ultime
opere
Shakespeare
mostra
la
capacità
di
far
vivere
insieme
tragico,
patetico,
comico
e
l'amaro
(si
pensi
al
personaggio
di
Mercuzio),
di
rendere
accettabile
la
più
eterea
divagazione
fantastica,
credibile
e
umana
la
fiaba.
In
"Richard
III"
delinea
una
figura
possente
di
eroe
negativo,
che
con
la
propria
fredda
crudeltà
suscita
l'orrore,
più
profondo
di
quello
creato
nell'atemporale
massacro
del
"Titus
Andronicus";
·
b)
negli
anni
successivi,
gli
ultimi
del
secolo
e
del
regno
di
Elizabeth
I,
sono
i
"chronicle
plays"
e
le
commedie.
"Richard
II",
"Re
John",
"Henry
IV",
"Henry
V"
portano
sulla
scena
le
vicende
inglesi
con
un
senso
corale
che
non
offusca
la
celebrazione
degli
eroi.
Vi
si
ritrovano
grandi
protagonisti
della
storia,
ma
anche
il
mondo
che
li
attornia.
La
lotta
per
il
potere
non
è
ritratta
meno
crudamente
quando
i
protagonisti
sono
portavoci
di
alti
ideali.
La
debolezza,
l'ignominia,
la
malvagità
hanno
gli
stessi
diritti
estetici
del
coraggio
cavalleresco.
La
figura
più
possente
e
famosa
dei
drammi
di
questo
periodo
è
quella,
ricca
di
sfumature
e
contrasti,
del
ribaldo
Falstaff,
il
traviatore
del
condottiero
di
Azincourt.
In
"Molto
rumore
su
nulla",
"Come
vi
piace",
"La
dodicesima
notte",
"Tutto
è
bene
quel
che
finisce
bene",
tornano,
con
l'ispirazione
italiana,
i
travestimenti,
gli
intrecci
della
novellistica
e
della
commedia
del
XVI
secolo.
L'attenzione
è
posta
però
sulle
vicende
amorose
dei
protagonisti:
non
più
pretesto
scenico,
ma
rivelazione
di
un
sentimento
autentico.
Gli
spunti
comici
si
isolano
da
questa
materia
romantica
e
vaga.
Gli
affetti
prevalgono
nella
definizione
dei
caratteri.
Il
divertimento
è
affidato
all'arguzia,
come
in
Benedetto
e
Beatrice
in
"Molto
rumore
su
nulla";
oppure
è
venato
di
amarezza
come
in
Malvolio
ne
"La
dodicesima
notte".
A
parte
sembra
stare
"Il
mercante
di
Venezia",
per
la
carica
di
odio
che
investe
il
personaggio
di
Shylock.
Qui
la
vicenda,
come
nella
posteriore
"Misura
per
misura",
è
incrinata
dal
male,
dal
disgusto,
dalla
percezione
che
i
rapporti
umani
sono
solo
violenza
e
inganno.
E'
una
tendenza
che
culmina
nel
dramma
senza
protagonisti
di
"Troilus
e
Cressida",
dove
tutto
il
mondo
dell'amore
e
del
valore
cavalleresco
è
ribaltato
in
un
universo
di
puttane,
vigliacchi,
patetici
illusi;
·
c)
la
terza
fase
della
produzione
scekspiriana,
il
periodo
delle
grandi
tragedie,
si
ricollega
al
mutato
clima
generale
del
teatro.
L'età
giacobita
ha
portato
alla
consapevolezza
delle
contraddizioni,
il
timore
del
futuro.
La
commedia
si
alimenta
sarcasticamente
dei
vizi
umani,
la
tragedia
accentua
la
sua
carica
di
disperazione,
la
solitudine
dei
suoi
eroi.
E'
il
"periodo
nero"
di
Shakespeare.
Alcuni
dei
protagonisti
delle
tragedie
scekspiriane
sono
derivate
da
Plutarco,
ma
ponendo
in
evidenza
lo
scacco
che
fa
del
tirannicida
l'inconsapevole
artefice
del
trionfo
della
tirannia:
così
Brutus
nel
"Julius
Caesar";
che
lascia
a
due
amanti
la
sola
via
di
fuga
del
suicidio,
come
in
"Antony
e
Cleopatra";
che
rovina
Coriolanus
proprio
quando
questi
si
percepisce
nel
bel
gesto
del
salvatore
della
patria.
La
tragedia
collettiva
di
questi
drammi
passa
in
secondo
piano
nelle
tragedie
"personali".
In
"Hamlet"
è
l'incertezza
di
un
destino,
la
lacerazione
tra
contrastanti
impulsi
psicologici
storici
culturali;
l'inazione
di
Hamlet
coglie
l'angoscia
che
accompagna
il
trapasso
di
un'epoca.
In
"Othello"
divampa
la
passione,
vizi
e
virtù
che
nell'estremo
del
bene
e
del
male
si
elidono.
In
questa
tragedia
dei
grandi
sentimenti,
i
vincitori
sono
solo
coloro
che
sopravvivono,
i
mediocri.
In
"Re
Lear"
gli
affetti
e
i
valori
costituiti
sono
sovvertiti.
Il
re
che
ha
scatenato
quasi
per
gioco
la
spirale
della
sopraffazione
ritrova
la
sua
dignità
nello
sconvolgimento
della
natura,
dove
il
più
saggio
è
il
folle,
l'assurdità
della
vita
umana
è
percepita
senza
schermi.
Con
"Macbeth"
ci
si
immerge
in
una
violenza
primordiale:
è
dal
profondo
che
sono
evocati
i
fantasmi
che
determinano
il
proprio
destino.
L'atmosfera
di
notte
insanguinata
non
provoca
tanto
emozioni,
quanto
la
lucida
consapevolezza
che
l'esistenza
è
"una
favola
raccontata
da
un
idiota,
piena
di
rumore
e
furore,
che
non
significa
nulla";
·
d)
nell'ultimo
periodo
sembra
assistere
a
un
ristabilimento
degli
equilibri.
Ad
eccezione
di
"Henry
VIII",
sono
commedie
dove
i
contrasti
si
placano,
il
dolore
è
riparato
dal
perdono,
una
dolcezza
serena
e
stanca
conclude
la
vicenda.
E'
un
atteggiamento
evidente
pienamente
ne
"La
tempesta".
Fantasia
e
realtà
formano
qui
un
mondo
dove
dolore
e
violenza
sono
esorcizzati
dalla
saggezza,
o
dalla
grazia.
La
natura
vivente
di
occulte
presenze,
svia
e
ricongiunge
i
personaggi.
Gli
eventi
sono
retti
non
dal
caso,
ma
da
una
guida
benefica,
quella
del
vecchio
Prospero,
che
alla
fine
rinuncia
alla
magia
per
essere
soltanto
uomo
preparato
a
morire.
Il
distacco
dalle
passioni
della
vita
permette
di
collocare
in
prospettiva
ciò
che
ha
gioiosamente
o
dolorosamente
colpito,
comprendendo
e
accettando
quietamente
ciò
che
non
si
riesce
a
comprendere.
Lo stile di Shakespeare è estremamente ricco e vario.
Maestro
del
verso,
la
sua
prosa
è
duttile,
abilissimo
nel
plasmare
il
linguaggio.
Il
senso
vivissimo
dell'azione
giocata
sul
palcoscenico
coesiste
con
la
consapevolezza
del
valore
evocativo
della
parola.
Le
possibilità
del
teatro
contemporaneo
sono
sfruttate
al
massimo.
L'originalità
di
Shakespeare
non
sta
negli
intrecci,
ma
nell'ampiezza
di
respiro
con
cui
fa
propri
gli
apporti
più
diversi.
Specchio
dell'Inghilterra
barocchista,
in
Shakespeare
si
ri
flettono
le
inquietudini
e
le
aspirazioni
di
tre
secoli
di
cultura
europea.
La
realtà
viene
assunta
in
tutta
la
sua
ricchezza
polivalente,
senza
schemi
preordinati.
Comico
e
tragico
coesistono
nello
stesso
testo,
a
volte
nello
stesso
personaggio.
Mentre
nel
teatro
precedente
(del
XVI
secolo
ma
anche
dei
secoli
precedenti)
si
perseguiva
una
dimostrazione
ben
chiara,
in
Shakespeare
spesso
si
rinuncia
a
esplicitare
il
senso
della
vicenda,
conscio
che
un
mondo
vasto
e
oscuro
come
quello
contemporaneo
lo
si
poteva
riflettere
ma
non
circoscrivere.
Solo
la
disponibilità
al
reale
di
questo
atteggiamento
stempera
l'angoscia
che
può
derivare.
La storia della critica ha avuto molta materia per
esercitarsi
attorno
a
Shakespeare
e
alla
sua
opera.
Si
è
negata
l'esistenza
di
Shakespeare
come
autore;
alcuni
hanno
pensato
a
un
semplice
prestanome;
altri
lo
hanno
giudicato
come
un
revisore
di
opere
altrui.
Anche
la
questione
dei
testi
è
passata
al
vaglio
delle
più
diverse
interpretazioni.
Le sue opere furono sempre rappresentate nei secoli successivi in
europa
e
poi
nel
resto
del
pianeta.
In
genere
è
stato
meno
apprezzato
nei
periodi
e
negli
ambienti
culturali
in
cui
si
sono
affermati
princì
pi
di
regolarità,
in
nome
dei
quali
furono
rifiutate
le
apparenti
irregolarità
o
"incoerenze"
delle
sue
opere.
Fu
apprezzato
da
Dryden
e
da
Johnson,
ma
non
da
Voltaire.
Nel
corso
del
XVIII
secolo
si
provvide
a
emendare
e
purgare
i
testi,
valorizzandone
singoli
elementi.
Come
per
altri
autori
"irregolari"
(Homeros,
Aiskules,
Alighieri),
la
riscoperta
di
Shakespeare
coincise
con
il
romanticismo,
a
cominciare
da
Coleridge
e
Schle
gel.
Nel
XIX
secolo
si
moltiplicarono
le
rappresentazioni,
si
cercò
di
risalire
a
una
maggiore
esattezza
archeologica.
Shakespeare
divenne
non
solo
un
classico,
ma
banco
di
prova
per
interpretazioni
nuove
e
ardite,
terreno
privilegiato
di
sperimentazione.
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